TRIBUNALE DEI MINORI DI NAPOLI = ARMA DI DISTRUZIONE FAMILIARE, LUOGHI DI ANNULLAMENTO DEI PADRI

NON ABBIAMO ALCUNA FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA CHE VIOLA MANIFESTAMENTE IL DIRITTO: tiriamo fuori il conflitto dei genitori dai tribunali civili e minorili che lucrano sui minori: usano motivazioni false ed inesistenti nella realtà fenomenica


LEGALIZZAZIONE DEL SEQUESTRO DEI BAMBINI, SECONDO L’ASSURDO ILLEGALE PRINCIPIO CHE INTERESSE DEL FIGLIO È NEGARGLI IMMOTIVATAMENTE IL PADRE, SEQUESTRANDOGLIELO ED INSEGNANDO A MANCARGLI DI RISPETTO (P.A.S.), NONCHE’ INNESCANDO DOLOSAMENTE IL DISAGIO E L’ODIO IRREPARABILE TRA I COMPONENTI FAMILIARI - BASTA LASCIARE LA MADRE ALIENANTE LIBERA INDISTURBATA DI RECIDERE IL LEGAME PATERNO, RENDENDO PADRE E FIGLI ESTRANEI E FUTURI INCOMUNICATIVI NEMICI.


NON POTENDO INTERVENIRE SUL CSM, DOBBIAMO INTERVENIRE SULLE LEGGI UNA AD UNA PER ELIMINARE QUEI CRITERI DISCREZIONALI EFFETTO DEI VUOTI LEGISLATIVI E DELLE OMISSIONI USATI DALLA DITTATURA, PER CUI LA BILANCIA DIPENDE DA CHI LA TIENE IN MANO, A SECONDA DI COME E' FATTA LA BILANCIA DI QUEL GIUDICE.

La legge DISAPPLICATA impedisce la DIFESA DEI PADRI dall’ALTERAZIONE del SISTEMA GIUDIZIARIO in materia di famiglia, dalle FEMMINE DELINQUENZIALI, dalle MAGISTRATE SESSISTE, dai VECCHI PROTETTORI EX-PADRONI PENTITI, dai BIGOTTI, dai SEMI-MASCHI CORTIGIANI IN DIVISA, dai MILLE INGIUSTI PRIVILEGI DI CUI GODONO INCOSTITUZIONALMENTE le donne.


Paradosso : La vostra richiesta di giustizia si volge agli operatori che assecondano manifestamente i desideri irrazionali della madre, le cui “resistenze culturali” (ndr. tendenze ed opinioni personali non terze) sono favorite da oggettive difficolta`di lettura del testo, profittando della mancanza in alcuni fondamentali passaggi riguardanti la inequivoca prescrittivita`delle norme.

A TAL PUNTO IL CITTADINO SI ACCORGE CHE TUTTE LE TASSE PAGATE IN UNA VITA SONO STATE LETTERALMENTE RUBATE DA UNO STATO IN CUI E’ IMPOSSIBILE IDENTIFICARSI

Solo perchè MASCHI sarete CRIMINALIZZATI, DERUBATI, DISCRIMINATI e DISTRUTTI mediante semplici pretesti istigati proprio dai giudici.

dimenticavo: DIFENDETEVI DALLA DITTATURA GIUDIZIARIA, COMPRATE A DEBITO E FATE SCOMPARIRE LE SOSTANZE, assegneranno alle mogli debiti che non pagherete se non vi danno i figli!


giovedì

Mazzette, errori e molestie: i magistrati non pagano mai (dal libro di Stefano Livadiotti “MAGISTRATI L’ULTRACASTA”)

LIVIADOTTI L'ultracasta
Braccialetti elettronici per i magistrati. Giusto!


2009 luglio 09 - «Chi sbaglia non paga. Mai» non è solo il titolo di un paragrafo del libro Magistrati, l’ultracasta (Bompiani) dell’inchiestista Stefano Livadiotti, penna particolarmente appuntita dell’Espresso e, di per sé, al di sopra di ogni aprioristico sospetto «malagiustizialista» (l’autore in passato ha inchiodato alle loro dolorose responsabilità pure i sindacati). «Chi sbaglia non paga. Mai» è anche - insieme - la tesi, il j’accuse e il filo conduttore di un pamphlet che prima mette sul banco degli imputati e poi trascina alla gogna gli eccellentissimi rappresentanti della «madre di tutte le caste», quella dei giudici e dei pubblici ministeri. Uno stato nello Stato - sintetizza Livadiotti - «governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base a una ferrea logica lottizzatoria e riescono a dettare l’agenda alla politica». E ancora: «Un formidabile apparato di potere che, sventolando il sacrosanto vessillo dell’indipendenza, e facendo leva sull’immagine dei tanti magistrati-eroi, è riuscito a blindare la cittadella della giustizia, bandendo ogni forma di meritocrazia e conquistando per i propri associati un carnevale di privilegi». Privilegi, appunto. Quali? Questi, ad esempio.
Poltrone d’oro. I magistrati italiani percepiscono gli stipendi più alti d’Europa (oltre alle entrate degli incarichi extragiudiziari), hanno un assegno medio di pensione di 6mila euro (dati del 2002... ) e detengono il record di 51 giorni all’anno di ferie (erano 60 fino al 1979). Non solo. I 9.116 «uomini d’oro» d’Italia - più che una casta, una lobby, ha detto un altro insospettabile, Giampaolo Pansa - possono contare, caso pressoché unico al mondo, su un oliato meccanismo secondo il quale, cassata la parola «merito», attraverso esami fasulli (99,6% di promossi) tutti salgono gradino dopo gradino la scala gerarchica in base alla sola anzianità di servizio, arrivando al vertice (cioè magistrato di corte di Cassazione con funzioni direttive superiori) immancabilmente dopo 28 anni di servizio. È un po’ come se, in campo giornalistico, qualsiasi ventenne cronista di provincia, al netto del talento, si ritrovasse a 48 anni, per statuto, direttore di un quotidiano. La prossima vita, giuro, mi iscrivo a Legge.
Giudice giudica te stesso. In base al quadrupedale principio «cane non morde cane», secondo il quale a giudicare giudiziosamente un giudice è un onorevole collega giudice, i magistrati rappresentano la categoria professionale più impunita del Paese. Statistiche alla mano, la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura è il fondo del buco nero della giustizia italiana. Nel periodo 1999-2006 sono stati istituiti 1.004 procedimenti disciplinari: 812 sono finiti con assoluzione o proscioglimento, 126 con una semplice ammonizione, 38 con la censura (poco più di una lavata di testa), 22 con la perdita di anzianità (sostanzialmente un rallentamento della carriera), due con la rimozione e quattro con la destituzione. Fuori dalle cifre da azzeccagarbugli, significa che a rimetterci la poltrona è lo 0,065 dei magistrati. Scartabellando qualche comma qua e là, si può citare a mo’ di exemplum, la vicenda dei due giudici del Tribunale di Brindisi che, complessivamente, per sbadataggine si sono dimenticati dietro le sbarre, uno dopo l’altro, 63 detenuti in attesa di giudizio. Si sono giustificati dicendo che avevano troppo lavoro, e che comunque fino ad allora nessuno si era lamentato. Assolti. Un giudice barese che invece vendeva sentenze in cambio di mazzette da recapitargli «dentro la cassetta del vino siciliano che gli piace tanto», condannato a quattro anni nell’ottobre del 2007, è restato in servizio fino al marzo del 2008. Fa giurisprudenza, invece, il caso del rispettabile magistrato romano sorpreso, anno di scarsa grazia 1973, a molestare un ragazzino di 14 anni in un cinema di periferia. La denuncia è per atti osceni e corruzione di minore. La sentenza - otto anni, tre gradi di giudizio e un’amnistia dopo - è assoluzione con l’estinzione del reato. Per i giudici del Consiglio superiore della magistratura il collega pedofilo agì «in istato di transeunte incapacità di volere al momento del fatto». Fu reintegrato in servizio, promosso, e liquidato degli scatti di anzianità congelati. Costo dell’intera operazione, dalla fellatio al pensionamento, 70 miliardi dell’epoca. Ingiustizia è fatta.
Dura lex, sed lunga est I tempi e i modi della mala-giustizia sono tristemente noti. Ma alcuni sono più tristi e meno noti di altri. In questo senso, il libro-inchiesta di Livadiotti è un eccellente prontuario. Rigoroso come un codice, divertente come un romanzo. Un capitolo del quale racconta di quando, nel settembre 2008, la giustizia italiana chiuse una annosa causa proprietaria, sentenziando la restituzione al comune dell’agrigentino San Giovanni Gemini dei 300mila ettari che aveva venduto al prestanome di una potente famiglia locale nell’anno in cui Ferdinando IV di Borbone, dopo il Congresso di Vienna, riunì i suoi domini sotto il nome di Regno delle Due Sicilie. Era il 1816. Il processo, che ha visto sfilare 250 parti, 92 avvocati e almeno tre differenti valute, dal ducato all’euro, è durato 192 anni. È anche grazie a tali esempi di abnegazione al lavoro e senso del dovere che i tempi della nostra giustizia civile sono più lunghi di quelli del Gabon e di São Tomé e Principe. Ma meglio del Congo.
La seduta è tolta Se giudicare non è facile, scrivere le motivazioni di una sentenza lo è ancor meno, e a volte può anche dimenticarsi di farlo. A quel tal famoso giudice del Tribunale di Gela è sfuggito di testa per otto anni. Può capitare. Peccato, perché si trattava della condanna a oltre un secolo di carcere, per associazione mafiosa, di alcuni esponenti di Cosa nostra. È scattata la scarcerazione per decorrenza dei termini. Per il resto in Italia la durata media delle udienze penali è 18 minuti. Solo tre su dieci si concludono con una sentenza, tutte le altre vengono rinviate, in media di quattro mesi e mezzo, e una volta su quattro colpa delle toghe: o perché non si presentano o perché hanno gli atti incompleti. Per fortuna però che c’è il civile.
http://www.figlipersempre.com/res/site39917/res475765_magistrati-livadiotti.doc
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=356168
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/unlibroalgiorno/visualizza_new.html_994322954.html
Il 13 dicembre 1973 un magistrato di 41 anni, il dottor Tizio, viene sorpreso nei bagni di un cinema col pene nella bocca di un ragazzino di 14 anni. Per quanto squallido il caso non ha in sé rilevanza generale: i magistrati sono esseri umani come gli altri, la cosa è assai brutta ma anche fra loro si può trovare un pedofilo. Si possono invece fare considerazioni di carattere generale sulle conseguenze di questo fatto. Il dottor Tizio viene condannato a quattro mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena per il solo reato di corruzione di minore. Malgrado l’evidente mitezza della condanna il nostro eroe ritiene di essere stato trattato ingiustamente, presenta appello e dopo vari ricorsi la suprema corte “annulla senza rinvio” la pena “relativa al solo delitto di corruzione di minore a seguito della estinzione del reato per sopravenuta amnistia”. Molto interessante. Tizio però era stato sospeso dalla attività di magistrato dalla sezione disciplinare del Csm (consiglio superiore della magistratura). Dopo il proscioglimento della suprema corte fa appello contro la decisione della sezione disciplinare. Nel corso del dibattimento emerge una sconvolgente novità: il dottor Tizio, un paio d’anni prima dell’increscioso episodio nel cinema aveva riportato una ferita alla testa. Questo fatto,sentenzia la sezione disciplinare, “Ha reso inerte la volontà (del dottor Tizio) di inibire quelle spinte pulsionali su cui il soggetto non riusciva più ad esprimere un giudizio di valore”. Insomma, il dottor Tizio prende una craniata e due anni dopo, in preda ad un raptus ed incapace di intendere ciò che sta facendo, si fa fare un pompino da un quattordicenne nel bagno di un cinema di periferia. Beh.. se è tanto incapace di intendere e di volere il dottor Tizio dovrebbe comunque smetterla di fare il magistrato, pensa una persona normale. Errore! Perché l’incapacità di intendere è stata un fatto del tutto isolato, una sorta di “una tantum”. Dopo il deplorevole episodio il dottor Tizio è guarito, è ormai un uomo ed un magistrato modello che può senza timore alcuno essere reintegrato nella carica. Il dottor Tizio infatti non solo viene riammesso ma viene addirittura promosso al ruolo di consigliere di cassazione, inoltre, avendo cumulato nel periodo di sospensione molti scatti di anzianità, questi gli vengono rimborsati.

Questo è solo uno degli episodi raccontati nel libro: “Magistrati l’ultracasta” di Stefano Livadiotti, Bompiani 2009. Un saggio molto bello che si legge tutto d’un fiato, come un romanzo giallo o meglio, un libro dell’orrore. Il racconto del magistrato pedofilo ed incapace (una tantum) di intendere e di volere è solo uno dei tanti esempi che dimostrano una cosa che tutti sanno ma che pochi hanno il coraggio di dire chiaramente: i magistrati non pagano quasi mai per i loro errori. La sezione disciplinare del Csm, afferma Livadiotti, “è una fabbrica di assoluzioni spesso motivate con sentenze al limite del grottesco. Così le toghe hanno 2,1 possibilità su 100 di incappare in una sanzione. Che comunque, anche nei casi più gravi, è sempre all’acqua di rose. Risultato: in otto anni quelli che hanno perso la poltrona sono stati lo 0.065%”.

L’indagine, ovviamente, non si limita alla sostanziale impunità di cui godono i tutori della legge ma tratta tutti gli aspetti della italica giustizia. A partire dalla lunghezza biblica dei processi ovviamente, che non è da attribuirsi, come affermano spesso i leaders della Anm (associazione nazionale magistrati, il potentissimo sindacato delle toghe), alle manovre di avvocati azzeccagarbugli che cercano di tirarla per le lunghe. Le udienze penali in Italia durano pochissimo, in media una ventina di minuti, e molto spesso (quasi nel 30% dei casi) si concludono con un rinvio perché… il giudice non si presenta. Sembra incredibile ma è proprio così. Del resto, che le manovre ostruzionistiche della difesa c’entrino poco con la durata biblica dei processi è dimostrato dal fatto che la giustizia civile (dove tutti hanno interesse ad arrivare ad una sentenza in tempi brevi) ha più o meno gli stessi tempi della giustizia penale (nella giustizia civile occorrono in media circa 2700 giorni per arrivare alla sentenza definitiva e 960 per arrivare alla sentenza di primo grado).

Livadiotti parla poi della lottizzazione incredibile che impera nella italica magistratura. Ogni persona normale è convinta che i i giudici dovrebbero essere assegnati nelle sedi vacanti in base alle loro competenze. Le cose però non stanno affatto così. Chi deve coprire la tal carica poniamo, a Milano? Non un magistrato in grado di assicurare un servizio rapido, professionale ed efficiente, no, ci deve andare qualcuno che appartenga alla tal corrente della Anm, visto che a Torino è stato inviato il membro della tal altra corrente. E la stessa lottizzazione vale anche per coloro che siedono nel consiglio superiore della magistratura (Csm), nientemeno! Un organo costituzionale presieduto dal capo dello stato! Si dice Csm e subito si pensa ad un austero consesso di anziani magistrati carichi di esperienza, persone equilibrate, venerabili professoroni di diritto. Invece no! Le cose stanno ben diversamente! L’importante è che nel Csm siano rappresentate tutte le componenti politiche della magistratura: si va nel Csm a rappresentare Magistratura democratica, o magistratura indipendente o qualcun altro dei partitini in cui si dividono le italiche toghe. I membri del Csm sono magistrati piuttosto giovani, abbastanza inesperti, niente affatto luminari del diritto ma bravissimi a difendere la bottega di appartenenza. In pratica è l’Anm a stabilire chi andrà nel supremo organo del cosiddetto autogoverno della magistratura!

Vengono poi analizzate le carriere dei magistrati, di fatto automatiche anche se formalmente legate a giudizi di merito (sono praticamente sempre positivi). Basta lo scorrere del tempo e un magistrato arriva ai massimi gradi della carriera: “dopo 28 anni tutti raggiungono lo status di magistrato di cassazione con funzioni direttive. Anche i brocchi rimasti sempre in un tribunale di provincia”. Lo status e lo stipendio, ovviamente. Si, gli stipendi, a cui i magistrati tengono moltissimo e sul cui vero ammontare cercano di far trapelare il meno possibile; gli stipendi, dove ad essere determinanti non sono i minimi tabellari, ma il diabolico meccanismo degli scatti e delle classi. Grazie agli scatti ed alle classi ”il magistrato ordinario guadagna sempre molto di più di quanto previsto come stipendio base nel grado superiore cui accede e siccome vige il principio della conservazione dello stipendio maturato l’amministrazione attribuisce al magistrato promosso tante classi e tanti scatti quanti sono necessari per non farlo arretrare, dopo di che applica su tale stipendio gli scatti maturati nella categoria di provenienza”. Un bel giochetto, che permette alle toghe italiane di godere di stipendi cha vanno dai 34.000 euro lordi annui per i novellini (che diventano oltre 45.000 solo tre anni dopo) fino agli oltre 140.000 per i gradi più elevati, cui si devono aggiungere, oltre a vari benefits, i rimborsi per gli incarichi extragiudiziali, assai redditizi e a cui i nostri magistrati tengono moltissimo. Ultima inezia, le ferie per le toghe italiche ammontano a 51 (cinquantuno) giorni all’anno, alla faccia della durata dei processi!

Il quadro della magistratura italiana che emerge dal libro di cui stiamo parlando è desolante e conferma il giudizio che sul corriere della sera del 24 agosto 1998 diede delle toghe italiane Indro Montanelli (diventato oggi, non si sa bene perché, un autentico idolo dei vari Santoro, Travaglio & c.). “Nella giustizia c’è un dieci per cento di autentici eroi pronti a sacrificare carriera e vita: ma sono senza voce in un coro di gaglioffi che c’è da ringraziare Dio quando sono mossi soltanto da smania di protagonismo”. Il sarcastico giudizio di Montanelli, che Livadiotti riporta, trova piena conferma nelle pagine del suo saggio. Se si tiene conto anche della mancata divisione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, della mancanza di ogni controllo sulla efficienza ed efficacia del lavoro dei magistrati, delle continue invasioni di campo della magistratura sul terreno della politica e della formazione delle leggi, con grande attenzione a quelle che riguardano le loro retribuzioni, non si possono che condividere le conclusioni del saggista dell’”Espresso”: la magistratura italiana è una casta potentissima, chiusa ed autoreferenziale; sottratta ad ogni controllo e limitazione esercita oggi un potere assolutamente abnorme che nulla ha a che vedere con la celebratissima autonomia.
Non a caso è proprio l’autonomia ad essere costantemente invocata quale giustificazione di ogni privilegio. La cosa piuttosto divertente infatti è precisamente questa. I leaders dell’Anm, cioè i difensori d’ufficio dei magistrati, non negano i privilegi delle toghe, si limitano ad affermare che questi sarebbero necessari per preservare l’autonomia della magistratura. Nessuno controlla la produttività del lavoro dei magistrati perché se ciò avvenisse sarebbe lesa la loro autonomia, le carriere di fatto sono automatiche perché carriere legate al merito lederebbero l’autonomia della magistratura, i magistrati pretendono di autodeterminare le loro paghe perché paghe più basse li renderebbero ricattabili dal potere politico e quindi non autonomi, si potrebbe continuare. L’autonomia cessa in questo modo di essere la sacrosanta autonomia del giudice nell’esercizio della funzione di giudice, diventa separatezza, irresponsabilità, licenza di fare ciò che si vuole senza controllo alcuno. O siamo un corpo separato, irresponsabile, autoreferenziale, giudice inappellabile di se stesso o la nostra autonomia è lesa: così strillano i dirigenti dell’Anm e molti applaudono, forse perché non sanno cosa si cela dietro a questa presunta “autonomia”.
“E i cittadini?” potrebbe chiedersi qualcuno. Si, i cittadini, coloro che usufruiscono dei servizi delle toghe. Perché tutto il gran parlare di autonomia fa passare sotto silenzio il fatto elementare che sono i cittadini a soffrire i danni di una giustizia lentissima, inefficiente, spesso faziosa, altre volte lassista fino all’inverosimile. Sono i cittadini le vittime dei privilegi che Livadiotti denuncia nel suo lavoro, sono loro le prime vittime di una giustizia che non funziona e che non funzionando fa funzionare male l’economia, è fattore di crisi economica e sociale, deteriora la qualità della convivenza civile e democratica.
Il libro di Stefano Livadiotti, documentatissimo, ricco di fatti, cifre, statistiche, lascia poco spazio agli alibi, alle giustificazioni pelose, alle palle. E’ particolarmente adatto per coloro che sono convinti che la magistratura sia un’isola felice in un mare di corruzione o addirittura la forza che ci salverà dalle oscure manovre di forze reazionarie, piduiste e mafiose. E’ insomma un libro particolarmente adatto agli amici dei De Magistris e dei Di Pietro, dei Travaglio e dei Santoro. Ma serve a tutti, proprio a tutti. Se ne consiglia vivamente la lettura.
http://www.scrivendo.it/node/5288?destination=node%2F5288

Recensioni di : "Magistrati. L'ultracasta", saggio di Stefano Livadiotti edito da Bompiani.
Vostro Onore lavora 1.560 ore l’anno, che fanno 4,2 ore al giorno. Ma, quando arriva al vertice della carriera, guadagna quasi il quintuplo degli italiani normali. Gli esami per le promozioni sono una farsa: li supera il 99,6 per cento dei candidati. Il Consiglio ha assolto persino il giudice sorpreso con un minorenne nei bagni di un cinema. Secondo la sentenza, costata allo Stato 70 miliardi di lire, era innocente perché tre anni prima aveva sbattuto la testa. Quella dei giudici e dei pubblici ministeri è la madre di tutte le caste. Uno stato nello stato, governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base a una ferrea logica lottizzatoria e riescono a dettare l’agenda alla politica. Un formidabile apparato di potere che, sventolando spesso a sproposito il sacrosanto vessillo dell’indipendenza, e facendo leva sull’immagine dei tanti magistrati-eroi, è riuscito a blindare la cittadella della giustizia, bandendo ogni forma di meritocrazia e conquistando per i propri associati un carnevale di privilegi. Per la prima volta, cifra per cifra, tutta la scomoda verità sui 9.116 uomini che controllano l’Italia: gli scandalosi meccanismi di carriera, gli stipendi fino all’ultimo centesimo, i ricchi incarichi extragiudiziari, le pensioni d’oro, la scala mobile su misura, gli orari di lavoro, l’incredibile monte-ferie, i benefit dei consiglieri del Csm. E, parola per parola, le segretissime sentenze-burla della Sezione disciplinare, capace di assolvere perfino una toga pedofila.

1° Post utente : Non c'e' dubbio che il saggio del girnalista Livadiotti costituisca una vera e propria requisitoria contro gli errori e i privilegi della magistratura italiana e non c'e' neppure dubbio alcuno sulla credibilita' delle informazioni contenute nel saggio poiche' sono desunte da fonti attendibili e credibili quali la Banca d'Italia,la Corte dei conti, il Minstero dell'Economia e soprattutto dalle riflessioni di Di Federico e Zanotti. Il primo dato che emerge con nettezza e' il prevalere di un modus operandi autoreferenziale sia nei meccanismi di progressione di carriera - meccanisimi gerontocratici e clienterali - sia nei procedimenti disciplinari nei confronti dei colleghi inadempienti, procedimenti che vengono in realta' erogati spesso per far tacere qualche voce scomoda (Forleo e De Magistris per esempio) e che si risolvono in assoluzioni nonostante la gravita' dei reati. Quanto alla influenza che la casta della magistratura esercita sia sufficiente tenere presente quanto segue: in primo luogo la politica giudiziaria attuata dal Ministero di Giustizia e' di fatto il risultato dell'operato di magistrati e non puo' quindi essere superpartes e in seconda battuta non esiste commissione nella quale non sia presente un rappresentante della magistratura. Il secondo dato che si palesa e' relativo sia alla lentezza e farraginosita' dei processi - limiti duramnete stigmatizzati dai giudici di Strasburgo - sia alla incapacita' di spendere il denaro erogato dallo stato in modo effiace evitando sprechi e disavanzi di bilancio. In terzo dato riguarda la lottizzazione correntizia presente sia nel Csm sia l'influenza determinante per gli incarichi direttivi dell'Anm. Il peso insomma del clientelismo e' tale da inficiare la credibilita' della magistratura, assenza di credibilita' che si manifesta - ed e' il terzo dato che emerge - sia nell'accesso alla professione - accesso “che costiutuisce una pagliacciata poiche' la maggior parte dei promossi deve la sua performace al caso”(p.192) - sia nella possibilita' da parte dei magistrati di ”mollare il lavoro di tutti i giorni per dedicarsi ad altro pur continuando a ricevere lo stipendio mantendo il posto al caldo” (p.232). Superfluo osservare che qualsiasi tentativo di eliminare sprechi e privilegi sia visto come un attentato alla autonomia della magistratura.

2° Post utente : La gente non ama i magistrati, specie nel civile… E gli avvocati? A 90° tutti li ad inchinarsi perchè oramai i giudici non giudicano più in base alla legge ma alle simpatie e antipatie nei confronti delle persone e degli avvocati. Provate a fare causa ad un giudice se ci riuscite. La legge è uguale per tutti, ma non per loro. Per cambiare le cose bisogna mettere on line le parcelle degli avvocati e, quando un giudice sbaglia, scriverlo, farlo girare. Hanno solo paura dello sputtanamento. e allora mettiamo tutto on line.

3° Post utente : Trovo interessante che molti giornalisti facciano il loro mestiere mettendo sotto i riflettori categorie che mai si sono fatte fare le pulci. Suggerirei all'autore di toccare anche la casta degli avvocati e del Consiglio dell'Ordine degli avvocati che la protegge. Il caso che ho vissuto personalmente è emblematico di cosa riesce a fare tale Consiglio, pur di non consentire che un cittadino/cliente possa andare in giro a raccontare di aver avuto ragione di un avvocato. Mi piacerebbe raccontarlo all'autore del libro con documenti alla mano per sentire cosa ne pensa.

http://www.qlibri.it/saggistica/politica-e-attualit%C3%A0/magistrati.-l%27ultracasta/

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Coraggio, non siamo in Iran !

Ho notato che v’è ritrosia nel commentare ed identificarsi partecipando a questo blog, nell’erronea convinzione che lo stesso sia un contenitore di presunti illeciti penalmente rilevanti. Ebbene, ciò non è in quanto tutto rientra nel dettato Costituzionale in materia di libera e democratica espressione del proprio pensiero, non fa nomi e non contiene ingiurie diffamazioni o calunnie.
Contiene solo verità che chiunque può verificare di persona.

Aforismi personali e non

- Gli uomini rincorrono il denaro per avere le donne; le donne rincorrono gli uomini per avere il denaro. (giosinoi)

- Molti fanno mercato delle illusioni e dei falsi miracoli, così ingannando le stupide moltitudini (Leonardo da Vinci)

- Non mi sono mai sentito tanto
inefficace come quando mi è necessitato azionare la carta Costituzionale: dai giudici a tutti gli operatori del sistema legale, tutti si affannavano ad eludere la legge, pavoneggiandosi nel dimostrare di esserne al di sopra e capacissimi di eluderla. Sono sempre loro, fomentano odio, razzismo, discriminazione, separazione, vogliono ridurre le famiglie ad un mucchio di gatti randagi da internare in recinti appositi, per poi gestirle con la paura del potere (giosinoi)

- Anche una pulce incazzata può provocare una infezione nel dinosauro (giosinoi)

- Il ladro ti dice "o la borsa o la vita"; la moglie ti prende sia l'una che l'altra! (Enzo Iacchetti)

- Teorema dei cinesi : se tanti fanno poco, l'effetto è grande.

- L'ignoranza è mancanza di informazioni. Senza informazioni il cervello è solo un meccanismo chimico che trita l'acqua e brucia zucchero senza mai capire perchè (giosinoi)

- Il prodotto letterario di un piccolo tecnico è arte. E sortisce effetti moltiplicativi contro l'ignoranza molto più del mero confronto tra impreparati, che non migliorano oltre il limite del loro stesso sapere (giosinoi)

- Noi conosciamo la verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore. (Blaise Pascal). Ai giudici la verità non frega niente, è un lavoro inutile, basta la non-verità processuale (giosinoi)

- Le esperienze dei capri espiatori non devono rimanere dentro di sé e perdersi nel tempo, come vuole il sistema che lucra dei propri impuniti errori. Vanno altresì affidate all’informazione per tutti, mediante il canale non politicizzato né omologato, non controllabile dalla dittatura, inestinguibile ed in soffocabile, come un grido perenne che scolpisca la memoria dei giusti. (giosinoi)

Per le persone poco sofisticate, la giustizia più che essere capita ha bisogno di essere sentita, come l’intelligenza dell’ignorante in materia sa fare ascoltando l’eco che i fatti e le moltitudini da prima si portano dietro (giosinoi)